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Treccani: 2. GUERRA (estens.) [insieme di atti volti a eliminare elementi o situazioni considerate dannose: g. contro la droga]

Red Skull, Montecchio Maggiore, 1982: PRIMA CANZONE [nel ventre di una madre / un bimbo giace morto / inquinato dai veleni / delle vostre concerie – stupidi soldi / stupidi soldi – io sarò con lei]

NON ABBIATE PAURA DELLE PAROLE FORTI

SINTESI

Non abbiate paura delle parole forti, decise, rigorose, non abbiate paura delle azioni eclatanti, evocative, come lo possono essere una scrittura, l’arte civile, un blocco di uno spazio “pubblico”, il boicottaggio di un prodotto o di un ente, l’occupazione di un cancello o di una fabbrica. Non abbiate paura di pronunciare le parole GUERRA¹ o CRIMINE se esse demarcano la differenza che esiste tra il NEMICO di un bene comune primario e le pratiche che sono autentica linfa, per vivere bene, in PACE, una pace concreta dove la strada che percorri ogni giorno è ricca di fiori senza la p e non lastricata di morte, malattia, corruzione: la devastazione che tutto accomuna e che non dovrebbe più essere SPETTACOLO e che invece ti fa dire NON TORNERANNO I PRATI finché non ci alzeremo in piedi e sconfiggeremo il nostro nemico. Non abbiate paura di usare parole forti contro il SISTEMA e il suo frutto più infimo, i PFAS. Non abbiate paura di usare la parola GUERRA contro i CRIMINI AMBIENTALI, per difendere la Terra, il Pianeta, il clima, i vostri figli, l’umanità che resiste in voi. Non abbiate paura di mettere la parola AMBIENTE davanti al LAVORO.

ESPOSIZIONE

GUERRA. Un termine duro, difficile, pauroso¹. Ma a volte necessario. Possiamo dire battaglia contro il razzismo, battaglia contro la droga, battaglia contro qualsiasi forma di prepotenza? NO. Contro il razzismo, la droga, la prepotenza va fatta la guerra. Specie quando il nemico ha sorpassato il limite del rispetto della vita. Contro nemici di tale potenza non si fanno battaglie singole, disorganizzate, sporadiche, ma la guerra. Perché essi sono un SISTEMA. «Chi avvelena l’acqua – la vita, anche senza sapere quanto tossico sia – è un criminale². E contro di esso va fatta la guerra» – questo è stato dichiarato³ dopo attenta analisi e lettura. Attenzione: il NEMICO⁴ non è solo uno e non si presenta sotto una forma sola o, ingenuamente, accasato in una classe singola o in unico luogo. Quando si invoca la guerra e la pace, si invoca il sistema. Per arrivare alla più grande contaminazione dell’acqua che la storia d’Europa ricordi – il caso PFAS in Veneto – significa che qui ha fallito l’intero sistema. Significa che la maggioranza ha detto sì a un certo stile di vita⁵. E contro questo SISTEMA bisogna fare la guerra. Una guerra CIVILE, di civiltà. Non tra civiltà. Per salvare una civiltà da se stessa e portarla oltre. Una guerra razionale, organica, NONVIOLENTA⁶, senza inutili sentimenti di odio e di distruzione che non fanno parte del nostro sentire ma di chi invece alimenta le “Guerre”¹, le guerre assassine che distruggono e ammazzano fisicamente la gente, il mondo, annientando il nemico. Frutto degenere dello stesso sistema contro il quale noi dobbiamo dichiararci “contrari” e combattere sempre. La “nostra guerra” infatti significa CONTRARIETÀ. Senza riserve. CONTRARIETÀ RIGOROSA, FERMA, GENTILE. Perché fatta di “gente” e di corpi irreprensibili. Irremovibili. Che dispongono di incontrollabili armi: cultura, conoscenza, informazione, azione nonviolenta, creatività, coerenza, rispetto, amicizia; obiezione di corpi e di menti. In una parola: DIRITTO. Senza necessità di eliminare il nemico. Ma piegarlo. Metterlo al muro delle proprie responsabilità, facendolo definitivamente crollare al tappeto. Da questo crollo si alzerà un’altra forma di civiltà.

LAVORO. La Miteni ha inquinato. Lo Stato e la Regione non hanno controllato. Le Associazioni di categoria hanno acconsentito. I Sindaci, la Provincia, gli Assessori, e chi per loro, hanno dato i permessi. O peggio ancora, sapevano e hanno taciuto. Qualcuno ha pure intascato. La straordinaria maggioranza della cittadinanza ha invece osservato, indifferente, come uno SPETTATORE che vede uno stupro e si gira dall’altra parte. Gli operai, nel mentre, hanno lavorato – sfruttati fuori, consumati, ammorbati dentro – sapendo che erano esposti – più o meno – a sostanze tossiche, e sperando, al pari dei cittadini passivi, che la bruttezza e l’inquinante che colpiva i loro sguardi e le loro narici non toccasse mai i loro corpi, le loro famiglie, tutte rinchiuse al sicuro nella comodità delle rispettive case, piccole o grandi che siano. Eppure l’aria e gli odori acidi delle concerie tutti li annusano. Quelli dei PFAS no, ma si sapeva che dentro alla Miteni non si sono mai fatte per anni, decenni, cose pulite, salubri. Tabakemo e taxemo è stato il motto di queste valli, dove tutti dimenticano la RIMAR, ma nessuno dimentica gli amici e i parenti che ogni anno se ne vanno perché ammalati di tumore o di altre patologie. Cosa accomuna tutto? Si è scritto, durante uno dei blocchi della Miteni, a sostegno degli Animali delle Climate Defense Units: «Non ha più senso parlare di lotta tra classi di umani quando tutti gli umani vivono addomesticati nelle città, nei grandi o piccoli centri urbani, nelle comodità delle loro case o dei loro giardini, e tutti aspirano al vertice dello stesso sistema. [«A diventare piccoli padroni»]⁷. O a non essere disturbati e a vivere nelle retrovie, vendendo la propria anima, pur di stare tranquilli, sicuri, nutriti, serviti. Con la possibilità di salire o scendere in questa cieca scala sociale dei divertimenti. O degli spaesamenti. La lotta di classe è morta perché oggi è necessaria la lotta di sistema contro lo stile di vita che l’umano stesso ha reso modello insopportabile». Appoggiato da tutte le classi sociali. Quale dittatura del proletariato, della borghesia o del ceto medio andiamo ancora cercando, in questa misera scala sociale delle peggiori abitudini dell’Occidente globalizzato dove tutto è stato ridotto a un frammento di se stesso, per neutralizzarlo? Dove sono le classi⁸ operaia, contadina, lavoratrice, dirigente, se la dittatura che accomuna tutti gli umani è solo questa univoca intransigente forma di regime: la dittatura del LAVORO e della eccessiva comodità domestica che essa promette. Per sedersi nella poltrona di casa. O di Stato. La dittatura che ha portato a bruciare un intero territorio, a devastarlo con PEDEMONTANE mafiose, TAV, PFAS e BANCHE impopolari. Non torneranno i prati⁹ dove vige, vegeta e prolifica questa dittatura. L’economia dello sfascio. Il Fascio dell’Economia. L’impero dell’oikos, del domus, della propria casa, ad ogni costo e consumo. Non torneranno i prati dove la parola lavoro, profitto, produzione, oikosnomia, domesticità saranno messe davanti alla parola AMBIENTE, salute, relazione. Non torneranno i prati fin quando non capiremo che il termine AMBIENTE non è altro che la salute nostra e di tutto ciò che ci circonda: il rispetto e la dignità delle persone e delle creature, piccole o grandi che siano. Anche fuori dalle nostre case. Dai nostri giardini.

PRATI. Non torneranno i prati fin quando non piegheremo la DITTATURA DEL LAVORO ad ogni costo. Per cosa e per chi lavoriamo? Per il nostro sempre più finto, artificioso, fugace benessere? O per i grandi profitti di imprenditori e di pochi grandi proprietari che colludono con le fragilità dello Stato per distribuire imbonimento fisico e culturale a chi tra i poveri ha la stessa capacità predatoria di chi la elargisce, per autolimentarsi? Così piccoli, medi, grandi predatori – im/prenditori – sì autoilludono di essere tutti superuomini – una razza superiore, immune alle pressioni ambientali – vivendo tutti – imprenditore, caporale, operai, maestranze – tutti imprenditori di se stessi – senza distinzione – accomodati nella domesticità del modello di vita che pensano essere infallibile: quello veneto-veneto, padano-padano, nordestino-nordestino, quintessenza dell’Occidente suicida. Che consuma non solo prodotti, ma anche corpi, persone. Anime e sogni. Fino ad uccidersi con le proprie mani. Perché ora qualcuno tra noi si ammazza da solo, o si accorge che il sangue dei propri figli è contaminato e che tutti prima o poi potremmo essere colpiti. Perché il male prodotto da noi stessi filtra anche attraverso i nostri giardini, le nostre case, i nostri bambini. «Fanno star male i bambini? Che muoiano»¹⁰ – dicono tra loro i criminali dei rifiuti tossici, perché neppure l’essere padre o madre, o l’essere stato un figlio, ha più valore. Allora sì che vivremmo in una “valle perduta” e fare la guerra contro chi sta bruciando tutti i prati diventa non solo un dovere. Ma una scelta. La definizione di “valle perduta” non è nostra ma di un Sindaco di Valdagno, di vent’anni fa, il quale, riferendosi a questa valle, la mediobassa Agno-Chiampo, si espresse in questo modo. Affermazione che oggi deve essere interpretata così: era ed è una valle talmente devastata nel profondo, a causa dell’inquinamento e delle lavorazioni storiche, che qui è stato permesso fare di tutto, come fosse una terra bruciata. Bruciata nella sostanza e nelle memoria. Talmente bruciata da far confluire su di essa le opere più folli e immonde, essendo data per persa e senza speranza, cosicché politici e mercanti predoni hanno fatto e stanno facendo di tutto, senza scrupoli: Pedemontana, TAV, collegamenti tra insediamenti militari, urbanesimo folle, chimiche clandestine, ben 2 fabbriche sotto normativa Seveso nel giro di 10 chilometri, una terza in arrivo. Non torneranno i prati da queste parti. Per buona pace di Ermanno Olmi e del suo film finanziato in primis dall’imperatore dei prati bruciati e delle memorie estinte, Gianni Zonin. Non torneranno i prati, a meno che noi tutti non ci alziamo in piedi.

E il nostro movimento diventi il primo movimento della storia a mettere il diritto all’ambiente prima del diritto al lavoro¹¹.

FONTI E CONNESSIONI CULTURALI

Note

  1. C’è un legittimo timore nell’usare la parola GUERRA perché essa è associata alla distruzione del nemico e alla violenza, al terrore che provoca il caos. La stessa radice anglogermanica del termine – war/werra – è riconducibile al caos, alla confusione, alla lotta senza risparmio di niente e nessuno. Non solo, l’articolazione fonetica – tra l’urlo della ue/uo e la vibrazione della r – lo richiama e lo diffonde. Ciò non toglie che una “contrarietà radicale” di fronte a qualcosa che non va debba essere espressa da un termine che dimostri pari forza evocativa e riassuma questo stato di contrarietà, totale e permanente, affinché quell’urlo radicale diventi un percorso coerente per arrivare alla risoluzione del problema. Un vero e proprio stato di “belligeranza”. Quest’ultimo termine – di chiara matrice latina – resta l’unica parola disponibile per dire guerra attingendo al nostro lessico di origine. Arriva da bellum. La “guerra ordinata” fatta di duelli e squadre. Bellum, duellum e praelium, dicevano i romani. Così opere come il De Bello Civili, l’antica scrittura di Gaio Giulio Cesare, o la Bellum Civile (il Pharsalia) di Marco Anneo Lucano, possono aiutare coloro che hanno timore di usare la parola “guerra” perché ricorda il lato distruttivo dei conflitti e propendono – anche nei termini – per una belligeranza organica, non caotica, che si fonda su armi nonviolente, in primis il Diritto, per piegare il nemico, come abbiamo scritto nel testo e nelle note seguenti. Una “guerra civile”, diremo noi, di civiltà. Ribaltando il vecchio ed equivoco uso di questa espressione. Perché una “guerra civile” deve e dovrà essere spoglia delle inciviltà e della barbarie delle “vere” Guerre, quelle assassine, con la G maiuscola. Per essere tale.
  2. Sui CRIMINI AMBIENTALI torna utile leggere questo: «La Corte penale internazionale (International criminal court, Icc) dell’Aia ha annunciato che perseguirà i crimini ambientali, giudicati d’ora in avanti come CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ. Per rendere l’idea della svolta epocale di tale decisione, l’Icc, la massima autorità giudiziaria preposta a giudicare i gravi crimini di rilevanza internazionale, da oggi in poi considererà i peggiori reati ambientali alla stregua di un genocidio o dei crimini di guerra. “Boss e politici complici della distruzione del territorio, colpevoli di radere al suolo le foreste tropicali o di avvelenare le fonti d’acqua potrebbero presto ritrovarsi sotto processo a L’Aia, accanto a criminali di guerra e dittatori”, ha commentato Gillian Caldwell, direttore esecutivo di Global witness, ong britannica per la difesa dei diritti umani». Fonte Lifegate 3 ottobre 2016.
  3. La “dichiarazione di guerra civile” orale è stata fatta durante l’EPIFANIA DELLA TERRA il 6 gennaio 2018. Un ampio reportage con video lo si trova nella rivista Alganews ad opera del giornalista d’inchiesta Marco Milioni. La “dichiarazione scritta” in parte è contenuta qui. Quella completa – sui crimini ambientali e altro – sarà pubblicata più avanti e ripresa nelle prossime ARGO.
  4. Torna utile qui ricordare alcuni passaggi sui concetti di NEMICO e di odio, espressi, recentemente, durante una discussione pubblica, sempre del Movimento No Pfas: «Cogliamo l’occasione per sottolineare che il sentimento dell’odio non si addice né a noi né alle persone con cui abbiamo portato avanti molte battaglie civili. L’odio è un sentimento inutile, molesto e pericoloso, che richiede e consuma troppe energie, distruttivamente. Altra cosa è la contrarietà: l’essere contrario a qualcosa o a qualcuno che non va. Si può essere contrari senza sprecare o sprecarsi in inutili sentimenti di odio. Certi nemici, per la loro ristrettezza di mente e di cuore, andrebbero addirittura compatiti. Tuttavia, non perdonati, fin quando non ammettono la loro ingiustizia e riparano il danno.  – LA CONTRARIETÀ. Il “contrario” della parola amico è nemico. E nella storia delle lotte civili dichiarare i nemici della libertà (oppressori e dittatori), della giustizia (la giurisprudenza gli definisce criminali), della vita (assassini), della pace (seminatori di odio) è sempre stato importante per distinguere le parti. Sul concetto di nemico, di nemico del bene comune, ritorneremo presto. Nel pieno rispetto delle sensibilità e delle diversità di approccio alla questione. Crediamo che sul lessico e sui sentimenti ci si possa ancora confrontare molto, per trovare una strada comune. – Per quanto ci riguarda, si può AMARE, anche con parole dure e precise, quando servono».
  5. Come ha detto Luciano Panato – compagno di lotta e storico ambientalista delle nostre valli – in una discussione pubblica del Movimento No Pfas: «Le concerie hanno il consenso della maggior parte della popolazione».
  6. La nonviolenza è implicita nel nostro concetto di NEMICO come avversario da piegare alle nostre ragioni e alle sue responsabilità, mai di distruggerlo o annientarlo.
  7. «Certo, siamo nel cuore dei flussi più incontrollabili dell’Occidente, fatti di piccoli padroncini che sognano tutti di diventare il grande padrone di cui si sentono orfani. Orfani materiali, non solo di immaginario» – da un lavoro recente di Alberto Peruffo sulla nostra civiltà – quella veneta-veneta, dei PFAS – di futura pubblicazione. Sulla LOTTA DI SISTEMA dopo il blocco della Miteni, si legga qui.
  8. La società globalizzata sul modello Occidentale di questi inizio di millennio ha decretato la fine delle classi in senso classico per dare spazio a una mobilità sociale interclassista, fondata sul merito – più come merce – che sul talento – come riconoscimento a prescindere dal regime economico, regime che spesso da adito a corruzione e clientelismi di vario genere. Il mantra americano “tutti ce la possono fare”, “qui c’è possibilità per ognuno” – considerato sotto l’ottica della superfluità dei beni (l’eccesso dei consumi) e della concorrenza/competizione per ottenerla – rompe ogni discorso sulle classi. Oggi è più corretto parlare di caste, di caste economiche interclassiste – come quelle che si sono riunite per difendere i PFAS – dove si può trovare di tutto, con alleanze di ogni genere e grado, dall’operaio al dirigente d’azienda, fino agli operatori sulla sicurezza pubblica, che colludono con la politica. Questa rottura e mobilità di classe non ha fatto in modo di evitare che UN SOLO STILE di UNA CERTA CLASSE abbia monopolizzato, omologato tutto il sistema. Lo stile di vita di quella classe che una volta si definiva capitalista – con il suo stile domestico all’ennesima potenza e che oggi sarebbe più corretto chiamare della “superfluità biocida”, a causa dei crimini ambientali e delle conseguenze che sul clima e la vita del pianeta questi comportano – è stato diffuso a tutti e diventato sistema. Addomesticando tutto. Perciò non esiste più la lotta di classe in senso classico perché lo stile di una classe – il suo immaginario – ha invaso le altre classi omologando tutto il sistema. Va oggi perciò combattuto quello STILE DI CLASSE che è diventato sistema, soprattutto grazie al dominio della videocultura, dei mass-media e delle reti informatiche che veicolano proprio l’immaginario confuso e superfluo di quella classe, aperto a tutti, facile da immaginare e da consumare (come una droga), dove tutti sono diventati servi di un unico signore: il domus/dominus che tutto vede e tutto protegge – la superdomesticità offerta dalla scienza e dalla tecnologia – di cui l’occhio orwelliano è solo una prima originaria parvenza e gli apparati/surrogati digitali, socializzanti, l’ultima.
  9. Non torneranno i prati” riprende e capovolge in modo provocatorio il recente film di Ermanno Olmi – Torneranno i prati” – ripreso alla fine dell’argomentazione. Parte da una recensione pubblicata per il Brescia Winter Fest nel 2014 e diventata un’azione civile-artistica diffusa per tutta la provincia di Vicenza, per contrastare la nuova Base Militare Americana Del Din-Dal Molin, la Superstrada Pedemontana Veneta in costruzione (in calce alcune foto “spaventose”), l’inquinamento da PFAS, tutte opere o procedure legate allo stesso Sistema Veneto che ha usato l’imbonimento culturale accaparrandosi film, rassegne, mostre, apparentemente virtuose. Il film di Olmi è un triste esempio, mentre operazioni culturali come Vicenza Si Solleva del Movimento No Dal Molin e Unesco4Vicenza sono i necessari anticorpi.
  10. L’intercettazione telefonica tra i gestori di 200 tonnellate di rifiuti tossici in Toscana, riferito alla prossimità di una scuola, riportata sul Fatto Quotidiano del 14 dicembre 2017.
  11. La differenza tra il concetto di pubblico e di comune, è ancora difficile da digerire. Lo stesso concetto di Res-pubblica oggi non è più efficace. Se si potesse iniziare un reale cambiamento culturale della civiltà politica italiana, bisognerebbe iniziare dalla modifica dell’art.1: non più l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Bensì: «l’Italia è una Res-comune – una confederazione rescomunale – fondata sul rispetto della persona, di ogni genere e razza, e della natura. Le cose pubbliche e il lavoro sono funzionali alla res-comune». Forse, prima o dopo, ci arriveremo. Intanto ci piace scriverlo con carattere propositivo per un futuro migliore, che esca dal ricatto del lavoro e dalle degenerazioni derivanti dal concetto di pubblico. Lavoro e ambiente devono “comporsi”, più che allearsi (l’alleanza spesso è una compromissione), ossia mettersi armonicamente insieme rispettando tuttavia la priorità dell’ultimo – l’ambiente – rispetto a quello che per troppo tempo è stato il primo – il lavoro.

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Connessioni culturali

Sul film di Ermanno Olmi consigliamo, oltre al film, la recensione QUANDO IL CINEMA NON FA IL SUO DOVERE che ha dato via all’operazione NON TORNERANNO I PRATI, e il libro di Wu Ming 1 che affronta in modo originale e antiretorico cosa è rimasto a NORDEST, 100 anni dopo la Grande Guerra, partendo proprio da The Burning Cemetery, l’opera da cui è tratta l’immagine simbolo dell’operazione citata:

 

 

 

Sulla storia dei Marzotto, fondatori della RIMAR-MITENI, sulle connessioni con la Valle dell’Agno e la Valle del Chiampo, che insieme sono le valli origine dei PFAS, caratterizzate da uno dei più alti tassi di tumore, nonché di patologie legate al cuore, alla tiroide, agli ictus, ora pure alle patologie neonatali, a livello mondiale, torna utile leggere:

 

Sulla bellezza di ciò che un tempo furono LE POSCOLE, dove è stata celebrata l’Epifania della Terra 2018 da Don Albino Bizzotto, consigliamo questo prezioso e oramai introvabile libro. Leggerlo oggi è sconvolgente, specie se si confrontano le foto:

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Le immagini di testata sono un richiamo di due operazioni connesse, ideate dall’autore:

argo pfas 01 alberto peruffo

Clicca sull’immagine per ingrandirla

 

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Altre connessioni sul Movimento NO PFAS :

AGGIORNAMENTI continui sui GRUPPI FB >> Acqua Bene Comune Vicenza e libera dai pfasMamme No Pfas Genitori Attivi Zone Contaminate

Altre connessioni su PEDEMONTANA / PFAS :

ULTIMISSIME NEWS >> La riflessione di Alex Zanotelli sulla necessità di un nuovo movimento popolare che metta al centro delle agende politiche il problema ecologico > https://comune-info.net/2018/02/la-conversione-ecologica/

La Galleria pubblicata su Facebook che ha scandalizzato i Montecchiani e non solo. Il testo chiude con NON TORNERANNO I PRATI e ha segnato un record di condivisioni:

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ARGO PRECEDENTI
>> Cosa sono le ARGO. Introduzione
>> MITENI-MONTEDISON-SPETTATORI | ARGO 00

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alberto_peruffo_CC
Alberto Peruffo | Montecchio Maggiore | VI
ANTERSASS CASA EDITRICE
2 MARZO 2018

One thought on “GUERRA-LAVORO-PRATI | ARGO 01

  1. Amo la mia terra .
    Alberto grazie la tua capacità di esprimere sentimenti misti a sdegno ,orrore , rabbia ci unisce in questa lotta
    comune che io sento profondamente .
    Il mio grazie sincero , perché con voi a fianco ho solo da apprendere e,non mollerò la presa fino a termine della nostra GUERRA !

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