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Quello che segue non è propriamente una “cartuccia”. È qualcosa di più. È il fondamento di NCPP rielaborato sul testo Autorità di Luisa Muraro, studiato da Alberto Peruffo per un futuro per/corso di condivisione dal titolo “L’arroganza della filosofia – di ogni scienza asservita alla prepotenza – e l’autorità del pensiero“.

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L’autorità è la forza del percorso di un autore. O di una sua creazione. Riconosciuta e riconoscibile da chi la riceve. Essa agisce mediante il trasferimento della sua forza ad altro.

L’autorità è il fondamento del giudizio e la “prima relazione” fra le persone. Essa è la consegna dell’immagine dell’altro come attore e ispiratore di possibilità.

«Ogni autorità, quale che sia la sua fonte, attiene all’ordine simbolico»
(Luisa Muraro).

Il trasferimento di questa forza simbolica avviene attraverso la parola, il gesto, l’eleganza. Per questo può essere soggetto a retorica, a falsità, quando il percorso si rivela essere un percorso non-concreto, senza corrispondenza ai fatti. Nocivo su ciò che proclama nel momento dell’azione.

Di fronte ai fatti l’autorità cresce o cade.

Nascendo deboli e fragili, ogni essere vivente ha bisogno di autorità. Di conoscere l’esperienza di una creatura più esperta di lui. L’autorità – l’autore – è la premessa di ogni fatto culturale. La prima autorità per un essere umano è la madre. La seconda il padre. Nello scambio tra l’uno e l’altro un figlio può crescere felice. Ricco di esperienze differenti.

L’autorità è una competenza autoriale – immediatamente riconoscibile grazie al saper parlare, al saper vivere – che si fa simbolo, un percorso personale che viene proiettato – da chi lo riconosce – verso il futuro. Questa proiezione simbolica fa nascere la fiducia. La fiducia sull’autore. L’autorità è una competenza fondata sulla fiducia, senza necessità di terze parti o di verifiche immediate (v. CONTRATTO).

L’autorità – come forza simbolica – va distinta – sottile distinzione – dall’autorialità grazie all’immediata riconoscibilità della prima. L’autorialità è invece solo la forza dell’autore (l’elenco asettico del suo percorso, il curriculum) senza la proiezione del simbolo, il trasferimento di significato che esso produce. Questo trasferimento immediato crea la fiducia, operando una “delega fiduciaria di significato”: un patto tra segni, una connessione orale e non scritta (non depositata su terze parti) tra le parti in gioco. L’uno de-lega all’altro il suo percorso: investe la propria autorialità sulla forza dell’altro: l’autorità può diventare il rappresentante – il delegato – di diversi autori, senza della quale avrebbero poco significato.

Grande importanza in questa circostanza di pensiero ha il concetto di simbolo: la delega (o legame o trasferimento) fiduciaria di significato. Un vero e proprio patto tra segni che nasce nella complessità dell’immaginario del vissuto (con tutte le complicazioni culturali) di ogni essere dotato di memoria ed esperienza. Non ci può essere simbolo senza fiducia, la fides, la credenza che la relazione con l’altro sia inequivocabile. Il simbolo è la forza iniettata dalla fiducia.

L’autorità può avere diversi livelli di forza simbolica. Meno mediata è la riconoscibilità, più forte è la forza. Meno metaforica è la presenza del percorso più forte è la sua forza simbolica. La madre è la prima presenza non metaforica di autorità. Poi segue il padre, che già diventa metafora. Metafora della madre. Delle sue cure. Fonte di immaginario per il figlio. Specie nelle società arcaiche, dove il maschio usciva dal focolare materno.

L’autorità è una relazione fra le persone che nel tempo si deposita nella forma della tradizione. La tradizione è il meglio dei percorsi di molte persone. Se tuttavia un percorso diventa fallace-usurato-obsoleto, bisogna avere il coraggio di andare contro il principio di autorità che rappresenta la tradizione e proporre un percorso nuovo.

Nella relazione tra  persone entrano in gioco poteri materiali e poteri non-materiali, poteri concreti come risorse materiali e poteri simbolici come risorse immateriali. La parola, ad esempio è un mezzo simbolico (volatile), fatto di aria. L’autorità è diversa dalla potenza. La competenza è diversa dalla ricchezza. L’autorità si esprime solo attraverso la parola o il simbolo, anche per chi ha grandi mezzi materiali (ricchezza, potere materiale). Quest’ultimo infatti spesso non sa “evocare”, “dare voce”, “dare controllo e direzione” alla sua potenza: ecco spiegata le battaglie per il simbolo e la nostra attenzione su di esso.

Il potere materiale ha bisogno del simbolo per potenziare, dare lustro, dare credito e spesso dare atto alla propria potenza. Di più: un potere senza autorità non ispira le persone (le masse). Molti mecenati si avvalgono di autori (sono i loro sponsor) perché solo questi rendono autorevoli le loro potenze. Di più: gli autori sono coloro che hanno fatto le azioni che sognano i potenti, specie quando esse vanno contro il potere costituito o il malaffare di altri poteri.

Un’altra forma di autorità “popolare” di grande valore – sempre perfettibile e discutibile – sono le usanze. Grazie ad esse e alle leggi – al loro valore simbolico – si costituisce l’ordine simbolico. La civiltà delle relazioni.

L’autorità “ha” un fondamento inesplicabile e inafferrabile, fondata sul “percorso personale”, fin tanto che lo “sentiamo” valido. Questo sentire dà concretezza al nostro percorso. È una permanenza finché la sentiamo valida. L’autorità non ha fondamento, ma è un fondamento. L’autorità è fondante, non fondata. L’autorità non è forma, ragione astratta, ma percorso, ragione concreta.

Venendo al mondo im/pre/parati – come scrive Luisa Muraro – abbiamo bisogno di e accettiamo l’autorità. Il percorso di altri che ci può essere d’aiuto, che nutre la nostra debolezza di forza e di giudizio. Tuttavia spesso scambiamo il potere con l’autorità, e il prepotente – il potente a priori, colui che pensa di avere autorità perché ha potere – gioca su questo equivoco e domina il malcapitato (v. PERDONO). Il prepotente presume di superare ogni cosa. La sua presunzione spesso è proporzionale alla mancanza di autorità. Il presuntuoso non emana autorità, forza simbolica. Fa il contrario, la ostenta, la mette in scena, la inventa, sapendo di non possederla.

L’autorità non è un sapere a priori, ma un sapere a posteriori, ricavato sul campo dall’intelligenza. Esso è il fondamento della post-potenza, del potere illuminato dall’esperienza. Essendo tuttavia trasmissibile – come ogni fatto culturale – può essere facilmente trasferito ad altro soggetto che lo può usare come un sapere a priori e su questo costruire effetti per il proprio potere, per la propria volontà di potenza. Il sapere può diventare merce al servizio della prepotenza, la potenza illuminata da una falsa intelligenza. Falsa perché di fronte al fatto che deve “intelligere”, dimostra di non essere tale. Di non essere intelligente.

Sul prefisso pre, come potere della mente, sinonimo di intelligenza e di capacità di memoria, di abito mentale, si gioca parte del pensiero di NCPP.

Il valore simbolico dell’autorità, la sua forza simbolica, che agisce mediante fiducia, può risolvere molti conflitti ed evitare inutili perdite di energie, forze, risorse. L’autorità di un pensiero può disinnescare la guerra, la più grande follia creata dall’uomo. Senza spargimenti di sangue (v. GUERRA).

L’autorità è una forza “elegante”, una forza che emana fiducia per la cura di come essa è esercitata: essa è infatti una forza illuminata dal controllo dell’intelligenza colma di esperienza. Essa è la capacità di usare accuratamente il potere, la possibilità, a prescindere dalla misura, piccolo o grande che sia. Quando questa eleganza è ostentata con (e su) i mezzi del potere e del dominio, ovverosia replicata, trasferita, apparente, di livello inferiore rispetto all’originale intelligenza concreta della persona che la richiama, diventa “comprata”, un’affettazione dell’originaria eleganza che pure il potente vorrebbe possedere e che non può avere se non attraverso i mezzi, le materie, gli abiti, che tutti possono comperare se avessero le sue stesse risorse. Essere vestiti bene e possedere grandi mezzi non è sufficiente per nascondere la grettezza della propria forza. Eleganza di superficie e affettazione sono sinonimi per certi generi di prepotenza.

L’autorità si offre come opportunità in quanto promette – mette prima – la sua forza simbolica contro l’oppressore o per risolvere la situazione di difficoltà o conflitto. Sia di ordine psicologico, sia di ordine sociale, sia di ordine filosofico. L’autorità indica il percorso e insegna dove e come andare. Questa la sua forza e il suo pericolo, per le masse “sospese”, dove autorità politico-morali-religiose possono indirizzare, muovere, sottomettere un innumerevole numero di menti per i propri scopi.

Pensiero sull’ego. L’autorità ci aiuta a capire la trasformazione dell’egoismo in individualismo (v. INDIVIDUO). Prendiamo il caso di un collezionista che non avendo un ego con sufficiente forza simbolica (autorità di per sé) diventa collezionista museale di altri percorsi autorevoli. Il suo vero timore è che l’ego sparisca, che non abbia sufficiente forza simbolica per vivere da sé, per essere ricordato. È un ego che vuole primeggiare perché crede che nell’essere primo ci sia la vera forza. E colleziona perciò percorsi d’autore. È un ego schiavo del primato, della nostra arcaica fragilità. Un ego che si trasforma in indiviso. In un’unità indivisa, per sempre. Il germe dell’individualismo. Una “vera” autorità, di per sé non ha bisogno di essere ricordata, come autorità, ma solo di vivere fino in fondo il proprio percorso.

L’autorità si offre anche come ancora di salvezza o di ristoro per chi commette torti o ingiustizie. Essa può giudicare il percorso o l’azione delle vicende umane ed entrare nel merito della condanna o della salvezza (intesa come riscatto, a prescindere dal pericolo che la parola salvezza nasconde). L’autorità può cedere per pietà, misericordia, necessità, il perdono di un’azione, ma può anche venderla, compromettendo la sua stessa integrità: non si vende mai la propria forza simbolica per acquistare maggiore forza materiale. La seconda non coincide con la prima. La forza simbolica del perdono può essere venduta dall’autorità per salvare un colpevole: il perdono diventa un atto simbolico e liberatorio non più funzionale al bene della relazione tra colpevole e autorità e parte danneggiata, ma alla merce della prepotenza. Il procedimento del perdono come merce è messo in atto da molte confessioni religiose fondate sul concetto di verità assoluta, soprattutto di area cattolica.

Altro passaggio molto importante: dove c’è autorità, c’è disparità. L’uguaglianza – anche di competenze – non sempre è possibile e nel caso delle competenze neppure auspicabile, pena la sterilità dei percorsi. L’autorità agisce per rendere non un dominio (della forza) la disparità. Le gerarchie di autorità non sono perciò gerarchie di potere. Queste ultime sono “formidabili abbreviazioni” (Luisa Muraro) della fatica di mediare, di dialogare. Eliminano la mediazione, la parola, quando sarebbe necessaria e utile alla crescita delle relazioni. Il dominatore non fa questa fatica. Si esonera dall’ascolto della parola altrui e umilia l’altro con la propria prepotenza, arroganza. Di più. Non concede o fa sparire gli “spazi comuni” in cui si può parlare, mediare.

Altra sottile differenza: nel rapporto di disparità, quando non c’è la mediazione tra le due parti, la parola, la composizione, il luogo comune di incontro, subentra l’inter-mediario, che propone una compromissione (compro-messo vs com-posizione), da fare ovviamente in uno spazio pubblico, che può diventare una terra di nessuno. Per questo quando nei rapporti di forza uno prevale sull’altro a volte si è costretti a ricorrere a l’INTERMEDIAZIONE, alla TERZA PARTE. Da qui nascono i concetti di contratto e di pubblico. (v. CONTRATTO e PUBBLICO).

L’autorità è intelligenza concreta (dimostrata), la saccenza è presunzione di potere. L’eleganza è l’uso intelligente della forza. L’autorità, salvo eccezioni dovuti agli eccessi della situazione, è sempre elegante. La prepotenza invece è un uso arbitrario – brutale, inelegante – della forza dovuta ad accumuli non intelligenti, per quanto legittimi.

L’esercizio autoritario della prepotenza si manifesta con la distruzione o la manipolazione del linguaggio e dei significati: Gustavo Esteva dice che il linguaggio è un territorio che dobbiamo difendere. Simone Weil non si illude che la politica possa regolare i rapporti di forza. Luisa Muraro suggerisce che il circolo della forza (cieca) va combattuto con la forza simbolica dell’autorità, dove nel simbolica c’è: 1. l’intelligenza concreta; 2. il trasferimento ad altro della forza, senza la necessità di distruggere l’elemento con cui si entra in conflitto. La forza simbolica è perciò orientata in un senso relazionale.

Come agisce l’autorità, in questa sua capacità ordinatrice e relazionale? Quando essa non si riduce a simulacro del Potere essa contribuisce – Luisa Muraro docet – a fare di una disparità un rapporto di scambio e di trasformazione. Di più: essa contribuisce a creare il “territorio comune” necessario per una civiltà delle relazioni, il “luogo/spazio simbolico” dove trovano parola quelle persone/esperienze/idee che non hanno il potere di imporsi. Di fronte alla non-comunicabilità tra parti in conflitto o in rapporto impari, nel cui caos il conflitto può essere senza costrutto, è necessaria la parola autorevole per gettare luce sullo stato delle cose. Essa risveglia energia, vis politica, altre forze addormentate od oppresse dalla prepotenza. Essa costruisce altre autorità: autorizza ogni singolo essere umano ad essere quello che è, a diventare autore di se stesso, ad accettare la propria singolarità, a costruire il proprio percorso, anche mediante la trasgressione e la rivolta.

NON OFFESA. Anche durante la rivolta, tuttavia, l’autorità, la sua fonte, va salvaguardata per il suo valore simbolico rispetto al potere di chi è potente: possiamo giudicare il contenuto, la persona, il singolo atto di chi è al comando o consiglia, ma non l’autorità. Pena di essere schiacciati, travolti, dal Potere.

L’autorità è un bene immateriale pregiato e la sua indipendenza è temuta per i grandi effetti che può avere nelle relazioni fra essere umani. Perciò si è sempre cercato di integrarla all’ordine sociale e al potere costituito. Spesso per accrescerlo, nobilitarlo, peggio ancora giustificarlo, ossia mascherarlo per renderlo meno bestiale. Estenderlo in ambiti dove prima non entrava. Nell’intimo delle persone. Un chiaro esempio è l’uso strumentale delle Confessioni, i patti tra Chiesa e Potere.

Un’alleanza crea una commistione. Una commistione di interessi. Nelle alleanze con i potenti si corre il pericolo della confusione tra autorità e potere. La confusione mette ostacoli al pensiero. Non si capisce veramente se l’obiettivo del potere e dell’autorità sia lo stesso, o se il potere si serve dell’autorità per portare l’azione verso un secondo fine. Il Potere allora può carpire (o saltarlo) il consenso, ingannare le persone, fare leggere la realtà in modo distorto, creare ostacoli per capire come veramente stanno le cose. È il caso di molti artisti che vendono la loro autorità, la loro capacità, il loro percorso, a volte per una banale interesse, un po’ di denaro per legittimamente vivere, e non si accorgono di perpetrare un doppio omicidio: quello di se stessi e quello delle persone che diventeranno vittima di quel Potere.

Fare mediazioni sul terreno sbagliato, vuol dire perdere. Entrare nelle logiche del potere disconoscendo il piano dell’autorità, è molto pericoloso. Significa passare dalla pratica di un percorso alla logica di un sistema. Significa non essere più fedeli – o anche solo “sbandierati”, messi al vento da colui che soffia – alla propria pratica. Non c’è peggiore insulto all’autorità che piegarla all’incoerenza. Incoerenza che non deve essere confusa con la complessità/imprendibilità (imprevedibilità) di un percorso. La coerenza è l’autorevole sostituto alle nostre identità (v. IDENTITÀ).

Una cosa sono i rapporti di forza, un’altra il terreno di scambio. L’idea della guerra ad esempio – frutto di idee e di autorità che generano e  veicolano  lo scontro fisico massivo – va combattuta sul piano delle idee, non della forza. La guerra va fermata solo con un’altra idea che la annulli o disinneschi quell’idea prima che attinga alle forze del potere (v. GUERRA).

Secondo Luisa Muraro, «una concezione mutilata della politica, basata sulla rivendicazione dei diritti e la conquista del potere, non riconosce all’autorità la sua specifica e insostituibile azione di scambio simbolico tra il forte e il debole». Senza questo scambio, senza questa pratica di relazione, si crea un vuoto di autorità e il debole fa ricorso alla violenza distruttiva. Reagisce senza misura. La violenza capita quando l’agire politico manca di quel salto di qualità che l’autorità permette. E in mancanza di questa la democrazia stessa si accontenta di un esercizio regolato del potere, un’autoregolazione che permette ai burocrati di durare mettendo fuori gioco i cittadini. Non riconoscere la fragilità e la contingenza della condizione umana porta a tutto questo.

Ritorniamo al valore simbolico dell’autorità. Al suo farsi mentre si dice. Ossia, al suo essere mediante la parola. Grazie al suo potere evocativo, di un percorso, di una sicurezza, la parola significa, segna la direzione dove andare. Come la madre o il padre per un bambino indifeso. Emile Beneviste: «Ogni parola pronunciata con autorità determina un cambiamento nel mondo, crea qualcosa, una qualità misteriosa. […] È provvisto di questa qualità solo colui che è auctor, che promuove». L’autore è perciò colui che porta all’esistenza (più corretto, alla realtà, quando si parla di altri), non solo l’opera sua, ma pure quelle degli altri, quando prende posizione e articola i suoi argomenti. La sua autorità consiste nella sua capacità di significarsi. Di creare segni che hanno forza simbolica: parole, opere, immagini. Dotate di quella qualità misteriosa che non è altro che una direzione incommensurabile e inafferrabile per le logiche “gravitazionali” del potere: quei legami che necessariamente legano alle esigenze primarie, ma che con le forze mentali dell’uomo vengono amplificati, diventando pre-potenti, dimenticando che quel di più lo si può e lo si deve direzionare verso un altrove che ha in sé la facoltà di farci sentire “autenticamente” liberi.

Distinzione e non commistione. La politica senza autorità e l’indipendenza che ne deriva, perde dignità e grandezza. L’autorità non va confusa con il potere. Il percorso non va confuso con la forza. Tu, potente, hai la forza, ma non sai dove andare. Ti perdi oltre la porta di casa dove accumuli la tua potenza. Io, autore, so dove andare e ogni mio briciolo di forza sarà dato senza esitazione e senza esito che non sia la sicurezza di poter avanzare coerentemente con il passo precedente. Hanna Arendt diceva: «Dove s’impiega la forza, l’autorità ha fallito», la forza intesa come potenza cieca e distruttiva, non la forza elegante dell’intelligenza e della sensibilità che distinguono un autore.

È fondamentale soffermarsi sulla sottile distinzione tra la concezione dinamica dell’autorità di Luisa Muraro e quella statica monumentale della Arendt: l’autorità di Luisa è incompatibile con la persuasione, la cui premessa è l’eguaglianza e la mancanza di scambio. La sua fonte è il qui e ora, la relazione tra esseri umani grazie alla potenza mediatrice della lingua, la quale porta con sé i percorsi primitivi di senso, i principi, i vincoli, i riferimenti su cui si fonda una civiltà. L’autorità è togliere scorie (abusi di potere) dalla tradizione. L’autorità è una forza che agisce in maniera inconfondibile dal potere e dal diritto. Il diritto nasce con lo spazio conquistato dall’autorità che poi la dona al più debole, a colui che può essere schiacciato dalla prepotenza. L’autorità sono gli autori che con il loro percorso e testimonianza danno forza simbolica al loro agire e parlare. Essa valorizza chi la riconosce e l’accetta, diventando materia del loro scambio: è questo valore, questa forza, che ci si scambia.

Da dove viene questa forza? Dalla sfera del simbolico, dal corrispondenza del linguaggio con le cose (la verità concreta), facilitata nel riconoscimento da parte dei parlanti dei termini in cui si parla. Di una misura. Di una mensura condivisa e compresa dalle parti. L’autorità stessa – secondo Luisa Muraro – è «una dimensione che si apre quando i termini di una disparità entrano in una relazione di scambio fra loro e avviene quello che chiamo “imparare a parlare”». Straordinario esempio è la relazione materna con questi tre punti: 1. somma disparità; 2. grande vicinanza fisica; 3. nessuna gerarchia. Avviene uno scambio – trasferimento – di segni. Un dare e ricevere segni. Riconosciuta la capacità di questa trasmissione, la relazione acquista forza simbolica – potenziale e attiva allo stesso momento – e tra le due parti si instaura un rapporto di spontanea autorità.

Nel campo dell’autorità alla scienza si può riconoscere il difetto di essere spostata spesso verso il lato dell’efficacia rispetto a quello della mediazione, del far incontrare parti tra loro distanti. «La scienza incrementa il potere che abbiamo su tante cose, ma non modifica il nostro rapporto con esse, nel senso di renderlo più giudizioso e libero».

Quando noi cerchiamo un ordine simbolico, cerchiamo il segno di un percorso che dimostri la coerenza dello stesso percorso, un segno autorevole. Per questo la ricerca di ordine simbolico diventa fondamentale in tutte le pratiche, anche nelle rivolte. Questo segno autorizza anche le pratiche meno realistiche.

L’autorità – come la religione o altro sentimento che percepisce il limite dell’esistenza umana – deve rimanere disarmata. Pensiero a cui arriva la stessa Muraro quando suggerisce, nella conclusione del suo saggio Autorità, che essa – l’autorità – deve resistere alla tentazione di dotarsi di surrogati: resistere alla tentazione di corroborare l’autorità con protesi varie, che altro non significa che accettare la fragilità della condizione umana. In tal modo si pone l’antidoto ad ogni forma di idolatria.

L’autorità non deve mai essere messa fuori gioco, in quanto fattore simbolico di ogni ordine sociale, fattore fragile che orienta la ricerca delle risposte e la libertà di agire per arrivare a queste risposte. Essa risponde perciò a un bisogno non-materiale, ma simbolico, che ci permette di parlare e di immaginare. Un bisogno – direi io –dell’immaginario, della nostra capacità di costruire la realtà. Un bisogno simbolico e di simbolico (di!!). Potremmo qui definire il simbolico come “un’immaginario che rimanda ad altro”. Abbiamo perciò bisogno di parole, gesti, immagini, arte, poemi, monumenti, cerimonie, etc. descritte nel mio articolo Consegna di immaginario (v. Un intervento storico-esplosivo in margine a una mostra di Fosco Maraini).

L’autorità è l’antidoto alla pre-potenza, alle presunzione di potere tutto, perché l’autorità si basa sulla post-potenza, sul sapere che si possono fare certe cose solo dopo averle vedute, provate, articolate mediante la propria personale – dell’autore – esperienza. Un’esperienza sempre consapevole della fragilità e delle finitudine delle cose umane, che non durano – non possono – per sempre. «Il senso dell’autorità nasce nello stato d’impotenza e disparità», veicola paura e soggezione e una certa dose di non-scelta, ricerca compensazione con tutti i rischi che comporta se a darla è qualcuno che è armato, concettualmente e fisicamente, di assoluto: fanatismo, idolatria, demagogia.

«Cerchiamo di accettare la fragilità della condizione umana per non continuare a galoppare verso la totale incompatibilità fra l’essere e il cosmo».

Come chiude la Muraro, coltivare il senso dell’autorità è il fondamento di ciò che noi chiamiamo civiltà delle relazioni, una scommessa alternativa, senza limiti al meglio, per sconfiggere il culto del dio potere.

Per questo non posso, non possiamo, che ringraziare Luisa Muraro per tutto il pensiero che sopra ha provocato.

alberto_peruffo_CC
Alberto Peruffo | Montecchio Maggiore | VI
PRIMA PUBBLICAZIONE 14 GIUGNO 2017

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